
Si chiude così un’altra inchiesta nata all’interno dei mille polveroni alimentati dal solito avvelenatore di pozzi: Piero Amara. Un interprete magistrale delle trame italiote che ha dimostrato in una moltitudine di occasioni di saper manovrare meglio e più velocemente di tantissimi altri. Un uomo che scatena mal di testa di massa ogni volta che inizia le sue dichiarazioni fiume in ogni processo in cui è coinvolto, uno che ad ascoltarlo bene non gli daresti una lira e invece… Super Testimone, negoziatore supremo di condanne microscopiche, evitatore acrobatico di arresti.
Insieme a queste considerazioni alcune domande:
– perché Pignatone ha negato le misure cautelari di Amara?
– perché Amara è stato ritenuo credibile pur avendo già dimostrato di non esserlo?
– perché non gli fu sequestrato il profitto di reato dopo la bancarotta della P&G?
– perché Fava fu esonerato da quel processo?
– perché nessuno viene mai chiamato a fornire spiegazioni?
Proviamo a dare noi una risposta perché forse il vero “Palamara” è senza Pal? Forse è lui che fa tremare i polsi di una certa magistratura? Forse è lui che non deve raccontare troppo del suo “sistema” in cui è riuscito in modo mirabile a coinvolgere fratelli, figli, nipoti, parenti, amici e amcihe di magistrati in vergonosi e innominabili giri di soldi?
Amara Amarezza.
Si fa una fatica immane a rileggere il florilegio di nomi, intrallazzi, favori, incarichi, sorrisi, consulenze, intrecci che emerge ogni volta che di mezzo c’é l’ex eroe delle procure di mezza italia. Riportiamo uno stralcio dall’articolo di Amadori oggi su La Verità “Non Svelò i segreti alla Verità: cadonole accuse contro Palamara”
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Rivelazione di segreti, assolto pure l’altro imputato, l’ex pm Stefano Fava. Per quest’ultimo, i giudici bocciano anche la contestazione di abuso d’ufficio ma gli danno cinque mesi per accesso abusivo
MISTERI IRRISOLTI
Non è chiaro, però, come si sarebbe realizzata la campagna mediatica progettata da Fava, visto che l’accusa di rivelazione di segreto (ai giornali) e quella di abuso di ufficio (collegata dagli inquirenti sempre alla campagna stampa) sono cadute. Le toghe hanno ipotizzato, come ha già fatto la Procura, che le mosse di Fava puntassero all’«apertura di un procedimento penale presso la Procura di Perugia» nei confronti di Ielo? Oppure si sono limitate a registrare l’illiceità di quella interrogazione alla banca dati e a collegarla a un generico intento denigratorio nei confronti dell’ex aggiunto? In attesa di comprendere il ragionamento che ha portato alla sentenza può essere utile spiegare perché Fava abbia cercato proprio gli atti legati al processo Bruno.Nell’esposto al Csm il magistrato aveva segnalato gli incarichi affidati da Amara e da amici di Amara (come l’imprenditore Ezio Bigotti) al fratello di Pignatone, Roberto. Ma, negli allegati, aveva riportato anche notizie di consulenze assegnate all’avvocato Domenico Ielo, fratello di Paolo, dall’Eni, società ai tempi indagata insieme con Amara e di cui quest’ultimo era influente legale esterno. Successivamente Fava ha scoperto, come è emerso nel dibattimento, che il legale aveva ricevuto incarichi anche dalla società Condotte in amministrazione straordinaria di cui era commissario l’avvocato Giovanni Bruno, fratello del giudice Brunella Bruno, imputata e assolta, come abbiamo visto, nel 2016 in un procedimento in cui l’accusa era rappresentata da lelo e la difesa dallo stesso Amara. Fava aveva cercato di capire se l’assoluzione e le ricche consulenze fossero collegate e aveva riferito ai pm di Perugia ciò di cui era venuto a conoscenza nell’interrogatorio del 4 giugno 2019. Ma gli inquirenti non hanno ravvisato risvolti penali in queste vicende, se non nelle ricerche dell’ex pm. Da parte sua, Ielo ha sempre rivendicato di avere portato a giudizio la Bruno e di aver chiesto la sua condanna. Ma Fava, nei suoi interrogatori, ha citato come motivo di sospetto il fatto che il collega non avesse fatto appello contro l’assoluzione. E ha anche ricordato che Amara aveva fatto designare Giovanni Bruno come difensore del suo amico Bigotti in un procedimento oggetto di indagine per corruzione in atti giudiziari da parte della stessa Procura di Roma.
LE CONSULENZE
Fava, in aula, ha paragonato le consulenze dell’indagato Bigotti al fratello di Pignatone a quelle affidate dal difensore
di Bigotti (Bruno, tramite Condotte) al fratello di Ielo. Accostamenti suggestivi che i pm non hanno ritenuto di approfondire.
E a finire condannato, per una sorta di contrappasso,è stato l’ex sostituto procuratore con fama di talebano incorruttibile e un po’ manettaro. Ricordiamo che il processo era stato preannunciato profeticamente da un articolo del Corriere della sera del 31 maggio 2019 ove si parlava di «discredito» cagionato a Ielo e Pignatone dagli articoli del 29 maggio della Verità e del Fatto quotidiano, servizi che andavano attribuiti a Palamara e Fava poiché Ielo e Pignatone avevano trasmesso a Perugia gli atti dai quali è poi nata l’indagine per corruzione di Palamara dimenticando che lo stesso Fava aveva condiviso tale trasmissione e in altri casi aveva inoltrato atti a Perugia nei confronti di numerosi altri magistrati tra i quali anche il collega Palamara.
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